Teologia fedicida, chiesa e 'ndranghetatura. Lo scritto di Luigi Zaccaro dedicato a Michele Albanese giornalista antindrangheta scomparso di recente: " Fare " teologia in contesti e con teste di 'ndrangheta et  at:  07/03/2026  

Teologia fedicida, chiesa e 'ndranghetatura. Lo scritto di Luigi Zaccaro dedicato a Michele Albanese giornalista antindrangheta scomparso di recente: " Fare " teologia in contesti e, con teste di 'ndrangheta - Teologia fedicida chiesa e 'ndranghetatura  "Fare" teologia in contesti, e con teste, di 'ndrangheta.  In un’ intervista, di qualche anno fa, dal titolo un po’ “inquietante”: Abbiamo ancora bisogno dei teologi? Bernard Sesboüé- teologo francese- rispondeva ad alcune domande sull’attualità/utilità del “lavoro” teologico . Successivamente tradotta e pubblicata in Italia, è reperibile sul sito della Queriniana, col titolo : A cosa serve un teologo? Bernard Sesboüé risponde a Sophie de Villeneuve. Lo studioso- come noto, notoriamente moderato e non sicuramente “estremista” di sinistra – autore di una serie di opere che hanno inciso significativamente sulla qualità della riflessione e della prassi teologiche attuale, spiega perché, a suo parere, continuino a mantenere tutto il loro valore: la presenza, lo studio e la passione, per la ricerca, di tanti teologi.  Sesboüé, dopo aver sintetizzato -con una rapida panoramica storico-dottrinale-, l’andamento a “fisarmonica” della produzione teologica, nel corso dei secoli, individua le cause che, in alcune epoche, ne hanno determinato il deleterio allontanamento dalla fede ecclesiale popolare. Tra queste, va ricordata l’eccessiva speculazione della neoscolastica, che, comunque, rimane una tappa fondamentale per l’attuale trend scientifico raggiunto dalla teologia. Riprendendo/ comparando alcuni recenti e interessanti contributi sulla significanza/qualità della ricerca teologica – tra gli altri, Neri , Vergottini, Grillo, Savagnone -, pubblicati su Riviste cattoliche – ci soffermiamo, brevemente, su qualche punto toccato dal gesuita, come premessa dottrinale al nostro contributo critico. Basti ri-pensare -sottolinea il gesuita – il rapporto teologia /teologi – chiesa. Spesso, si tenta di insinuare, che, in fondo, la comunità ecclesiale, non abbia bisogno della riflessione teologica, in quanto si limiterebbe a complicare la intelligenza e la prassi credente della fede. Sostenere ciò -per il teologo gesuita- significherebbe cedere o, peggio, rassegnarsi a una fede passiva, vana e irriflessa, non “con”-vissuta/sperimentata, ridotta a un automatismo fideistico fatto di ripetizione di formule litaniche, che, col tempo -aggiungiamo noi- diventa comoda ossessione ego/conformista fino a sconfinare in una bigotteria, di “gregge”, tra l’altro, spesso funzionale- in alcuni contesti ecclesiali-, a precise pratiche pre/omertose e/o etno/paramafiose.  Ciò desta perplessità e preoccupazione e dovrebbe invitare tutti- a cominciare, proprio dalla Chiesa- a riflettere come una predicazione non compartecipata del Dio di Gesù, possa alimentare quella allarmante fenomenologia etico/sociale che tradisce un livello antropologico/ umano in caduta libera, verificabile- pur se in modo non omogeneo- sull’intero territorio nazionale.Simile cupo scenario, per molti aspetti, esibisce una sorta d’ interfaccia del potere/metodo criminale mafioso, o- detto in termini teologico morali- del peccato personale/ strutturale di mafia, come componente tipica della storia d’Italia, caratterizzata, appunto, da una sempre più pervasiva e contagiosa antropologia mafiosa e mafiogena diffuse , dove quelle pratiche hanno trovato la loro eziologia e sviluppo socio/politico/ economico e, in parte, “ecclesiale” (Cf. I. Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo , Rubbettino 2015.), innescando una ineluttabile e progressiva perdita di un minimo sindacale di senso comunitario- a cominciare, per es., dal pagamento del pizzo, nella sanità privata e usuraia: o paghi o muori!- perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza tra i più vigliacchi  (Gino Strada)- per la tutela del diritto costituzionale alla vita/salute- allora: “il problema non sono le mafie il problema siamo noi” (don Luigi Ciotti)-, e della fede viva liberamente annunciata/praticata , quella che opera, resistendo cristianamente al male /peccato, nella carità. Riprenderemo questo punto più avanti . Perciò- tornando a Sesboüé -dire che la Trinità comprende tre o quattro persone non importa più a nessuno, o, peggio, non fa nessuna differenza. Il gesuita- come notavamo- ascrive, in prevalenza, l’alienazione della e dalla spiritualità autentica a quel teologare, tipico della Scolastica medievale, che storicamente, segue la grande teologia biblica dei Padri. Tuttavia- come accennavamo- puntualizza l’autore :il metodo scolastico di fare teologia- che si riferisce , non solo etimologicamente, alla “scuola”- pur facendo registrare un momento evolutivo cruciale per la rinascita e la configurazione della teologia dei secoli successivi, non riuscì a superare la crisi di idee e metodi del periodo precedente. Basti pensare -in relazione al passaggio da una teologia prettamente razionalistica e, per tanti aspetti formalistica e sterile, tipica della manualistica scolastica -, a quella che ha, opportunamente, recuperato la centralità teologica della storia, interrogandosi, senza veli e radicalmente, su genesi e statuto della disciplina; ci riferiamo, tra l’altro: alla teologia viva- del XIX secolo- della Scuola di Tubinga, esito, appunto della svolta storico-ermeneutica e anti-speculativa, propedeutica alla innovativa e incisiva riflessione teologica del XX secolo, a cominciare proprio da quella francese .Non possiamo spiegare e trasmettere agli altri -fa notare Sesboüé- ciò che non è chiaro neanche a noi, equivocando indebitamente e, perfino, empiamente sul messaggio evangelico. Se qualcuno ci chiede dei chiarimenti -precisa il teologo gesuita- dobbiamo avere l’onestà, anche, di declinare o, se occorre, dilazionare momentaneamente una risposta che, al momento, sarebbe probabilmente errata e deviante. Talvolta – ribadisce lo studioso – la riflessione teologica ha eretto un muro di separazione tra teologia e fede popolare, ma ciò non può implicare l’abbandono della ricerca di nuovi linguaggi per una comunicazione chiara, efficace, vera e adeguata alla prassi spirituale contemporanea. Spesso siamo “uditori” di prediche che abbondano inopportunamente in quanto a devozione, ma teologicamente insignificanti, perché non soddisfano e/o non sono in grado di dare risposte alle nuove e vecchie inquietudini di tante persone, sempre più, prigioniere del loro stesso silenzio. Insomma , senza la teologia, la fede rischia di confondersi con una pietà priva di senso o meglio che non dona senso. Perché oggi il problema che si pone -nonostante gli indiscutibili progressi della scienza, della tecnica, nonché della disponibilità- non per tutti però- di strumenti di comunicazione-: è proprio la carenza di senso esistenziale, peraltro -come ricorda l’autore -già rilevata da pensatori come P. Ricouer e C.Levi Straus. Il primo rivendicando la centralità del Senso per un’ esistenza umana degna di questo nome; il secondo -in una sorta di “rivoluzione copernicana”- facendo del Senso il ricettacolo dell’uomo, nel “senso” di porre l’uomo nel Senso e non viceversa .  Il teologo francese conclude la stimolante conversazione, ammettendo/confessando che, per lui, la teologia -come scelta di vita- ha contribuito, non soltanto, a chiarirgli molte cose importanti- che non aveva ancora compreso del tutto-, ma: a renderlo anche più felice.  Articolando e focalizzando alcune ricadute negative di questo discorso, riprendiamo, in primo luogo, un punto geo/ecclesialmente sensibile, in precedenza evidenziato, pensiamo, per es., – e non si tratta di annotazione marginale-, alle modalità comunicative, teologicamente annacquate/”annacate”, del messaggio evangelico, perfino sulle strategie della cosca emergente di turno, e non trasmesso/ fondato sulla esigenza della fede/carità: Cristo morto e risorto, appello di salvezza per tutti quelli che lo accettano. In questo contesto, ci preme, in particolare, riferirci a una parte della stessa comunità credente, oltre che a tanti altri soggetti, privati e pubblici, della polis- in apparenza anonimi – che operano non certamente per filantropia o per un malinteso senso di carità, diffusa, a buon mercato, ma, più prosaicamente, al servizio/asserviti, e quindi “servi”, soprattutto del peccatore/delinquente mafioso e dei suoi associati/clienti, occulti , utilizzatori finali, collocabili nella cd. “zona grigia”: burocrati, funzionari, "politici", imprenditori e massoni deviati “non” manifesti. Tutti smascherati dall'orientamento espresso per il prossimo referendum sulla in/giustizia, che, in caso di, sciagurata e incostituzionale, scelta del "si", rischia di avviarci verso una neo-“Orban”/izzazione a democratura- illiberale. Ciò ha contribuito a quell’ apparente equivoco, anzi a quell’ astuta strategia di fondo, adottata, appunto- anche se non esclusivamente, a causa di una conveniente e allettante mafiosità “debole/allargata” -, dai mafiosi, strutturali e fortemente strutturati , per legittimare e consolidare rendite di com-posizioni ,fatte di carriere tranquille, promozioni scontate, elezioni concordate, raccomandazioni facili, collusioni convenienti, protezioni rassicuranti, connivenze garantite ecc. Insomma: microstrutture di peccato, endemiche- come dicevamo- anche a una storia prettamente italiana, nonostante il Vaticano II e la Costituzione repubblicana. Inoltre, esito ancora più deprecabile della trasmissione sciatta/monca di una “fede” senza amore, è l’aver consentito -anche se non sempre consapevolmente- a questo processo di mistificazione strumentale del messaggio cristiano- non adeguatamente corroborato da un approfondimento teo/logico di liberazione, specialmente dei poveri, dal peccato perpetrato da chi ne sfrutta, tramite caporalato e cottimo da schiavi, sistematicamente le condizioni di precarietà economica e fragilità psicosociale -, di organizzare , favorire e istituzionalizzare quelle pratiche mafiose e mafiogene diffuse- finalizzate all’arricchimento/dominio dei clan e dei loro referenti masso-politici deviati- , intendendo, con quest’ultime, quelle messe in atto, non soltanto dalla e nella presunta normalizzazione ecclesio/istituzionale ( G. Savagnone, La Chiesa di fronte alla mafia, Milano 1988.), ma specialmente da una “società civile”, tendenzialmente a “conduzione” privatistico/ borghese, crogiuolo di penuria empatica ed ego/narci-cinismo relazionale, ostacoli spesso insuperabili per un progetto di comunità umano/solidale, della e nella post-modernità, pro-vissuta con “stile” etico- evangelico, che, al contrario, sembra collassare progressivamente sotto i colpi di una montante ontologia, mafiocratica, dell’indifferenza/peccato sociale. Altro effetto negativo -che va circoscritto e denunciato- della debolezza di un annuncio di redenzione evangelica, consiste in un suo automatismo ritualistico e ripetitivo copia e incolla – con omelie da AI mode – prive di una preparazione/ studio documentato, biblico-teologico, che, puntando, invece , su una offerta redentivo/spirituale, decontestualizzata, tradotta in un linguaggio vanamente e vagamente parenetico , propinato con una strategia liturgica “pigra”, o- nel migliore dei casi- “kitsch”, non riesce più a “bucare” il senso per la fede di credenti ,e non: in fondo siamo un po’ tutti credenti anonimi . Mentre si continua a privilegiare, incoraggiare e incentivare pratiche “devozionali”, funzionali e contigue a estemporanee, nonché cicliche, “tiritere”- per usare un eufemismo- “ presunte neo-gnostiche”, simil-New Age, esito di un’evidente confusione, tra piano storico teologico , filosofico religioso e generica etica/spiritualità orizzontale- che rischia, anche se in modo irriflesso, di indulgere a neo-paganesimi di sorta- , priva di un pensare cristologico -trinitario, o detto più chiaramente/prosaicamente: di una decisa intenzione/decisione/accettazione e prassi di, ragionevole, fede cristiana (1Cor15,12-20).  A questo proposito, si assiste – “a grande richiesta”- a bizantinismi “teologici”- per es., come quelli mancuso/gamberiniani, confezionati per diversamente credenti “radical shock” -, “interessati” ma scontati, peraltro, anche se in modo irriflesso, “sponsorizzati”- come dicevamo- sotto traccia, in parte, da una prassi “neo-liberal”/dottrinale – che, da un lato- in nome di una maggiore “digeribilità” del paradosso cristiano- continua a speculare/enfatizzare/estenuare, fino a separarli- : il kähleriano “Gesù storico” e il “Cristo della fede”, fornendo, al gesuano/logo Mancuso l’assist  per -detto in termini kantiani -smontare/montare  un Cristo  vuoto, senza Gesù,  e un Gesù cieco senza Cristo: una sorta di  sublimale islamizzazione di un presunto  neo-cristianesimo,  con Gesù profeta di Cristo o, nella migliore delle ipotesi: uno dei tanti maestri di etica/spiritualità (M. Vergottini, Gesù è ,o non è, il Cristo? Dove Mancuso “inciampa”, Settimana News, 13 gennaio 2026.)!  Dall’altro, col   teologo,   neo-panent/post/ teista, Gamberini- che propone, in sostanza, attraverso  il superamento  della separazione, niceana,  tra generazione e creazione-, la  liquidazione simultanea di trascendenza e incarnazione , in pratica: l’essenza della fede/messaggio  cristiano di salvezza (G. Savagnone, Verso un neo-cristianesimo? SettimanaNews 13 dicembre 2025.). “Esodando”, così il fatto storico, il dono incomparabile, la grazia, offerta nella storia di donne e uomini , dell’ incontro salvifico con il Dio di Gesù Cristo di Nazaret. Formula, quest’ultima, non riducibile a un comodo e irriflesso slogan- e sulla quale l’indagine teologica ancora naviga a vista, altro che neo-teologie 2.0-, quando in realtà evoca la complessità/ “ mistero” del messaggio cristiano- ancora tutto da comprendere- , insieme a un realismo/”materialismo” incarnazionista, peraltro, tipico del cattolicesimo: Gesù Cristo: l’evento– nessuno scandalo/eresia se diciamo-: in/”deducibile”, perché il desiderio/ “cor inquietum”, ma libero – non la presunzione di una ragione totalizzante-, accompagnato dalla preghiera/speranza, senza voler inventare o dedurre misteri di sorta: può-se almeno "crediamo di credere"- immaginare perfino il Dio con/come uno di noi, che, nel Figlio crocifisso risorto, ci ha desiderato/cercato per primo: il Dio di Gesù di Nazaret unico/unitario, e, nondimeno, ri/”petibile”/perché è il Vivente- per la fede /carità – nello Spirito come pratica dell’ Amore di Dio sperimentato , attestato e liberato nell’ amore/liberazione del prossimo ( Mt 25, 31-46). Sul concetto teologico di “liberazione”- ci sia consentito, nell’ambito di una riflessione pertinente alla significanza e attendibilità della ricerca teologica, che non opera fuori dal mondo -, una rapida chiosa. Senza indulgere, qui, a eventuali posizioni egemoniche di questa o quella teologia del o al “genitivo”, pensiamo, piuttosto, che sia improponibile e sintomo di una resistente e sterile astrattezza la configurazione di una autoreferenziale teologia generale, “neutrale” , in quanto, per un principio ermeneutico, metodologicamente collaudato e acquisito soprattutto dal teologare, ogni proposta o scuola teologica, anzi ogni singolo teologo pensi e scriva pre-inserito in un preciso contesto storico/culturale/vitale-, come del resto gli autori delle Scritture – esprimendo un proprio orientamento e una lettura, anche “politica”, che rispecchia una Welthanschauung, di fondo, concretizzata nei valori , nelle pratiche e nel raggiungimento di interessi personali o di gruppo di appartenenza. La teologia, come scienza, è riflessione critico-profetica sulla fede, nella sua essenziale componente umano-razionale, s’inserisce, perciò , in un preciso contesto filosofico, acquisendone e condividendone metodologia e finalità, che determinano e condizionano notevolmente i presupposti e la cornice ermeneutica del pluralismo delle concezioni e costruzioni delle diverse sistematiche teologiche, derivanti dai rispettivi sistemi filosofici- non certamente politicamente asettici -, di riferimento. Per cui si possono prospettare, realisticamente e teleologicamente, le varie teologie, “anche”,  politiche: progressiste, della liberazione, esistenziali, di classe, reazionarie, della conservazione, della borghesia, della comunicazione ecc., connotate, appunto, dalla essenziale, componente/interesse di classe, filosofico- politico di riferimento. La teologia della liberazione s’inserisce in questo discorso, accusata e marchiata di ateismo materialista, si dimentica e omette dolosamente che in K. Marx riscontriamo, storicamente/fenomenologicamente , la verifica teorico-pratica dell’amore del prossimo, come condizione dell‘amore di Dio. Basti pensare- fra i tanti intellettuali-filtro di riferimento- a Pier Paolo Pasolini, e alla sua rilettura antidogmatica e realistica del Vangelo secondo Matteo, nell’ omonima versione cinematografica -, per cui al fondo del “marxismo di Marx” c’è un‘istanza umanitaria, sorretta da una incancellabile radice cristiana, a riprova della quale si allega la condizione personale, familiare ed economica del filosofo e politico, che, rinunciando ai sicuri privilegi e successi- cioè a se stesso (1Gv 3, 16-24)- connessi alla sue indiscutibili capacità: mise la sua esistenza al servizio del bene e della liberazione delle classi emarginate o, detto in termini evangelici: dei poveri. A testimoniarlo vi è, tra l’altro, la sua reale identificazione con gli sfruttati, gli emarginati e con i bambini schiavizzati -insomma con gli ultimi– da un nascente industrialismo selvaggio, a caccia della massimizzazione dei profitti con ogni mezzo. Per Pasolini ,vi è in Marx un esempio chiaro di spiritualità convissuta, che spinge lo scrittore a chiedersi: se nel profondo di ogni borghese, che abbia scelto la via “redentrice” del marxismo, non deterministico, vi sia una marcata caratterizzazione cristiana. L’idea di futuro- come contesto esistenziale/ esistentivo dell’uomo nuovo– illumina il progetto politico-comunitario di Marx , anche se questo futuro sembra privo di quella trascendenza che identifica la promessa/messaggio cristiano di salvezza. La legittimazione evangelico- ecclesiale e filosofica di una teologia, in uscita e di liberazione- come dicevamo – acriticamente “accusata” di neomarxismo- s’inserisce in questo orizzonte pre-escatologico in quanto recepisce un passaggio fondamentale delle Scritture ebraico- cristiane , che spesso la stessa tradizione teologica ed ecclesiale ha omesso : l’”opzione preferenziale per i poveri”, come riferimento essenziale della Chiesa, di Gesù Cristo, povera per i poveri. Ma se si prova a riflettere su questo aspetto, possiamo riscoprire che è proprio il concetto di speranza/futuro ragionevole(1Pt 3,15-16), a riconciliare le due prospettive , che restano distinte ma non incomunicabili (Pier Paolo Pasolini, Marxismo e Cristianesimo, Brescia; 1985.). Pur senza perdere di vista la “bussola” evangelica ,quando dovremo fare i "conti" e presentare il relativo rendiconto: ai testi canonici, alla tradizione viva, al magistero libero a una equilibrata, approfondita e profetica riflessione teologica, non portavoce /addetto stampa degli interessi e delle alleanze per una resistente e irresistibile voglia di potere neo-temporale di certa clerico/gerarchia, ma soprattutto alla propria credibilità( Rosario Livatino). In pratica, la buona teologia, anzi la teologia “cristiana”, istituisce un nuovo paradigma, che non può prescindere- particolarmente nell’attuale contesto storico- politico, epocale, interno e internazionale-, da alcuni segni dei tempi di una contemporaneità debole/liquida, che interpellano le coscienze di tutti. Partendo dall’ ingiustizia e disuguaglianza economico/sociale- Davos “canta”- finalizzata, con metodi simil mafiosi, dove prevale: violenza, prevaricazione, omertà conveniente e collusione opportunistica, alla massimizzazione del profitto e dominio a ogni costo. Tali dinamiche, mettendo in atto un processo di “anticreazione”, derubano, mediante un neo- imperialismo liberista, bellicista e predatorio di – con una guerra di aggressione e occupazione ,nazi-stalin-fascista, dopo l’altra -, intere popolazioni privandole del futuro e dei più elementari diritti umani, a cominciare dal fondamentale diritto alla vita , alla dignità, alla libertà, a un ambiente salubre e ospitale e all’autodeterminazione. Forse- pensando alla copiosa misericordia di Dio , storicizzata/ donata nell’ amore incondizionato della croce di Cristo-, sarebbe consigliabile teologare quando non ci si sente “troppo bene”, reietto/abbandonato in una interminabile lista di attesa per una improbabile e spesso tardiva visita medica pubblica -, per rimodulare il tasso empatico personale e comunitario, riscoprendo, nella fede /carità nel Dio di Gesù, quella compassione dell’ uomo per la sofferenza dell’uomo, per essere veramente cristiani, cioè : “umani”!  E qui rientra in gioco la postura etico- sacramentale- ministeriale di parte della Chiesa. Infatti nonostante la “crisi” delle vocazioni, non possiamo continuare pavidamente a sorvolare/tacere sull’atteggiamento a dir poco ambiguo di alcuni preti in “buona” o in mala fede che siano. Nel primo caso -grazie” anche a una preparazione teologica, di base, approssimativa per ovviare alla suddetta penuria vocazionale -, siamo di fronte a ministri del culto digiuni dell’ abc della teologia/fede e senza passione, consapevolezza e responsabilità per una missione finalizzata all’annuncio e alla pratica della e per la carità (Optatum totius), in modo particolare, se e quando si è destinati in Diocesi da evangelizzare /redimere dal peccato di mafia. Quadro deplorevole, imputabile a certa “scuola” cattolica che -notoriamente salvo qualche eccezione, cenerentola della teologia a livello europeo-, per foraggiare carriere massoecclesiastiche e/o sedicenti accademiche, rispettivamente riservate a personaggi “talari”, o intellettuali/sagrestani (Mt 20, 25-28), è sempre alla spasmodica e interessata ricerca di illusorie iscrizioni, specialmente, sulla pelle di laici disoccupati e disperati- non raccomandati da clerico-baroni-, senza futuro, già, vittime di un liberismo feroce, che reifica l’essere umano, soprattutto le giovani generazioni. Nel secondo- occorre dirlo con parresia- l’ adeguatezza teologica c’entra, ma fino a un certo punto, perché siamo di fronte a clerico-massomafiosi e/o mafiogeni tout court-, manifestamente appartenenti, specialmente in alcune Diocesi, al cerchio magico dei vari boss e /o politici collusi , che, oltre ad avere le loro cappelle /bunker privati, godono delle prestazioni “sacramentali” del ministro personale, di fiducia ,nominato, talvolta affiliato, cucito su misura dei propri interessi/assoluzioni, non solo spirituali (I. Sales , I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafia e Chiesa Cattolica, Milano 2010.). Mimetizzato e segretato nelle varie confraternite, questo comparaggio, in apparenza da “sagrestia”- autentica “struttura di peccato” masso’ndranghetista, occulta-, riesce a incassare consenso, in apparenza banale , ma pericoloso ,esito, in prevalenza, di una condizione socio-esistenziale disperata e- per noi, in questo caso, a differenza di Sales- anche culturalmente deficitaria, sulla quale bisognerebbe intervenire, senza perdere più altro tempo prezioso, già in fase pre-adolescenziale. Iniziando dalla scuola, con una pedagogia antimafia concepita e organizzata come materia d’insegnamento curriculare, da programmare -previa approvazione ministeriale-, insieme: tra chi insegna seriamente religione ed educazione civica, propedeutica a una seria, convincente ed efficace educazione antimafia- “proprio perché è importante parlare di mafia soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa. Non ci si fermi però  ai cortei  alle denunce , alle proteste . Le parole  devono essere  confermate dai fatti” (don Pino Puglisi). Evitando – specialmente in riferimento all’insegnamento della religione cattolica-, di far pesare sul contribuente il finanziamento, improduttivo, dei soliti pacco/raccomandati da una politica/prassi, in soldoni, nepotistico / episcopale, immunizzata da presunte e autoreferenziali patenti/targhette di riconoscenze anti’ndrangheta-quando, invece, andrebbe “onorata” con tapiri da “pallonari”, seriali, pro “d(u)omo” sua -, tanto : Ecclesia semper reformanda, configurando/integrando un vero e proprio peccato, omissivo, mediante prosaico silenzio conveniente, di fedicidio suicida-  “La mafia uccide il silenzio pure” (Peppino Impastato) :altro che  perseverare a  ri-promettere ipocritamente/retoricamente gaie “aurore”, quando si è “protagonisti interessati “- a spese di spettatori inermi buone   come carne da curriculum-   di opportunistici crepuscoli, che annunciano/preludono a rassegnati “tramonti” di legittime speranze. Per cui , in barba alla “buona teologia” ,al diritto e a un principio minimo di etica , questi rampolli della masso/ecclesio’ndrangheta diocesana- invece di essere valutati secondo il regolare conseguimento di titoli, di studio, accademici, corredati dalle relative pubblicazioni scientifiche , approfittando di un mal dissimulato regime mafiofilo/mafiocratico dolce / “ineffabile”, continuano impunemente a fare il bello e il cattivo tempo, anzi la “cattiva teologia”, che, in alcuni contesti, sfocia in una vera propria “teologia mafiosa” (A. Cavadi , Il Dio dei mafiosi, Milano 2008.). Pensiamo infatti -nell’ambito dell’Educazione/cultura cattolica-, a certi Istituti teologici e di Scienze religiose, dislocati/eretti- anche se non esclusivamente, in zone “massomafiosamente” sensibili-, concepiti per l’ esclusivo servizio reso a cellule del sottopotere curiale- peraltro, già attenzionati da papa Francesco- e finalmente , per una reale riqualificazione, opportunamente concentrate in unico centro educativo, evitando di continuare a disattendere sistematicamente le determinazioni/regole del Processo di Bologna. Si tratta di norme recepite dalla Santa Sede con ben due Costituzioni Apostoliche: la Sapientia christiana di s. Giovanni Paolo II con la sua successiva integrazione e attualizzazione, Veritatis gaudium (spec. Proemio e nn. 22-30 ) di papa Francesco; disposizioni sostanzialmente ribadite nel Discorso del Santo Padre Leone XIV ai partecipanti al Simposio promosso dalla Pontificia Accademia di Teologia del 13 settembre 2025.[ii]. Il tutto con il “silenzio/ assenso/assenza” degli organi- come l'AVEPRO- preposti al monitoraggio della qualità, scientificità e serietà teologica degli studi e della didattica, finalizzate alla ricerca della verità: Gesù Cristo. Ciò implica la verifica- a partire dal controllo di legittimità -, non solo ecclesiastica, ma legislativo/ costituzionale, degli stessi Statuti, in quanto si riferiscono al conseguimento/rilascio di documenti riconosciuti dallo Stato, e quindi con efficacia/ rilevanza nell’ordinamento generale, e non soggetti a una presunta “zona franca” (legibus soluta) . Questo permetterebbe di determinare, con trasparenza, le condizioni/requisiti richiesti per l’ammissione /accesso -non per la “cooptazione”, termine che richiama alla mente modalità “altre” di arruolamento-, alla docenza. Tutto ciò -sarebbe ipocrita, e perfino da non credente, negarlo-, incide in ultima analisi sulla stessa affidabilità di parte della Chiesa( Lc 6, 39-45), de-legittimando anche chi, dal “pulpito” quotidiano, ha elargito quotidianamente giusti, ma vani, “anatemi” contro un’ immoralità dilagante e una corruzione che “puzza” (Francesco).  Ecco, si potrebbe iniziare da queste cose semplici, restituendo alla teologia “che serve”- anche ai tempi della post- verità- la ricerca/ desiderio/incontro con la Verità, restituendo dignità/ sostanza/affidabilità a una ragione teologica e a una coscienza liberamente credente, illuminate dalla fede /sequela, di Gesù, viva, libera e di liberazione- perciò senza cedere alla tentazione/preoccupazione per il proprio “fondoschiena”- , non perseverando in eccentriche e/o empie impertinenze teologiche lastricate di teologicidi fedicidi , rifiutando al contempo il male/ingiustizia e optando/operando per il bene/giustizia, cercando di dare un senso/significato umano/cristiano alla fede/teologia e, quindi, all’ esistenza: almeno a quella credente e di buona volontà.Ci piace, qui, ricordare/immaginare- simbolicamente, perciò senza dimenticarne tanti altre-, due persone, in carne e ossa, che, pur operando in ambiti diversi della comunità, incarnano la nostra proposta di una teologia viva, libera e laica, di liberazione del corpo e delle coscienze di tanta gente che sopravvive ormai- in varia misura sull’intero territorio nazionale- tenuta sotto schiaffo dalle nuove forme contemporanee e sublimali di dominio, che prolifera arricchendosi- con metodi mafiosi, analoghi- specialmente in Calabria , Sicilia, Puglia e Campania- che non hanno niente da invidiare a quei cartelli criminali, di fatto, padroni/governanti di vaste zone dell’ America Latina. Ci riferiamo a : don Pino Puglisi e a Peppino Impastato, esempi concreti di comunanza e sinergia armonica di fede/carità evangelica e impegno empatico-politico come servizio, disinteressato, di solidarietà al prossimo-in particolare ai giovani- pro-vissuti- anche se diversamente- nella sequela della Croce/Risurrezione di Gesù Cristo liberatore, fino al dono della vita.   Luigi Zaccaro, teologo della liberazione




 






 




 


 

 

      Tell A Friend




RSS Feed